20031231

28 Marzo 2003 -1 Gennaio 2004

Pubblichiamo, a qualche mese di distanza, questo sito per ricordare una giornata importante per il Comune di Bologna.
Una giornata di testimonianza per la pace, il 28 Marzo dello scorso anno, il giorno di una grande assemblea nella sala del Consiglio comunale, in una città che in quei giorni era letteralmente fiorita di bandiere, in tutti i balconi, una città attraversata da manifestazioni contro la guerra in Iraq, che esprimevano volontà e timori che oggi sembrano profetici.
Una città nella quale il Sindaco Guazzaloca rompeva il silenzio solo per ridurre la portata del fenomeno ed alludere alla "maggioranza" di balconi senza bandiere.
Una città dove il vicePresidente del consiglio, espresso dall'opposizione, Maurizio Cevenini partecipava ai cortei accompagnandosi polemicamente con un ironico stendardo coperto, il gonfalone del "Comune che non c'è".
Perchè, per la prima volta nella storia repubblicana di Bologna, il Comune non era per le strade con i suoi cittadini a chiedere pace e solidarietà.
Una città dove, dalle finestre del Municipio che danno nella piazza, durante una seduta consiliare e una delle tante grandi manifestazioni i consiglieri Claudio Merighi, Sergio Lo Giudice ed io srotolammo un lunghissimo nastro di bandiere, per unire il Palazzo comunale ai cittadini.
Prendemmo quella iniziativa con i colleghi Giuseppe Paruolo, capogruppo della Margherita, Maurizio Zamboni, capogruppo di Rifondazione Comunista, Giorgio Celli, capogruppo dei Verdi, Bruno Carlo Sabbi del gruppo Misto-Italia dei Valori.

A me piace pensare che quel giorno salvammo l'onore del Consiglio comunale.

Purtroppo non abbiamo tutti gli interventi, ma cercheremo di pubblicare qui tutto quello che possediamo e ricordiamo di quell'iniziativa, di quelle parole e atti, promesse di impegno, promesse di pace.
I tempi della cronaca politica passano veloci, vicinissima la prossima scadenza elettorale, ma è importante per tutti, ne sono certo, pensare la pace, sempre.

La prima pubblicazione di questo sito è quella dell'intervento del capogruppo di Rifondazione comunista, il consigliere Maurizio Zamboni, nella seduta del 10 marzo del consiglio.
la maggioranza ispirata dal sindaco impedì ogni dibattito sulla guerra imminente.
l'opposizione decise allora di sfruttare per l'argomentazione e la proposta il tempo, breve, dell'inizio seduta che è per regolamento a tema libero.
A questo unimmo un silenzio ostentato per parte del tempo di ogni intervento per rendere più evidente la censura del dibattito che era stata operata.

Bologna Gennaio 2004
Davide Ferrari
capogruppo Due Torri-Ds

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IL COMUNICATO DI INDIZIONE DELL'ASSEMBLEA


Per la Pace

BOLOGNA RIPUDIA LA GUERRA.
Cosa può, cosa deve fare una Città per la pace
e la solidarietà internazionale.
Venerdì 28 i Gruppi Consiliari dell’Opposizione nel Comune di Bologna promuovono, nella Sala del Consiglio Comunale, dalle 15.00 alle 18,30, un confronto pubblico su un tema molto vasto ed importante: "Bologna ripudia la guerra: Cosa può, cosa deve fare una città per la pace e la solidarietà internazionale".

Hanno già garantito il loro intervento, tra altri, Luigi Pedrazzi, Mons. Giovanni Catti, Stefano Tassinari,Marco Trotta, Stefano Carati,Bruno Stefani, Alessandro Alberani, Stefano Maruca,

i parlamentari Daria Bonfietti, Titti De Simone, Alfiero Grandi, Giovanna Grignaffini, Franco Grillini, Andrea Papini, Walter Vitali, Mauro Zani, Katia Zanotti,

le consigliere ed i consiglieri dei Gruppi Due Torri-Ds,Margherita, Rifondazione, Verdi, Misto-Italia dei Valori.

Per "Gli amministratori per la Pace" Andrea De Maria, Aldo Bacchiocchi, Pamela Meier, Nello Adelmi, Simona Lembi .
Presiederà Giancarla Codrignani.



"Le città devono insorgere. Esse devono sorpassare la corazza delle sovranità statali, che ancora sono segnate dall'arcaico antagonismo tra Stato e Stato, per restaurare la solidarietà dell'ethos cosmopolitico a dimensione planetaria.
Le città sono chiamate a questa grande, pacifica, rivoluzione. Per questo io plaudo all'idea di dichiarare le nostre città: Città della pace".
(p. Ernesto Balducci)

"Bologna ripudia la guerra: Cosa può, cosa deve fare una città per la pace e la solidarietà internazionale”.
Certamente non manca, a motivo di questa iniziativa, una ragione politica più che legittima: Guazzaloca è scomparso totalmente in questi lunghi giorni hanno visto straordinarie manifestazioni dei cittadini di Bologna.
L’Opposizione comprende di avere sulle proprie spalle la responsabilità di rappresentare il Comune come una Istituzione democratica, sensibile, presente.
Ma, proprio per questo, avvertiamo l’esigenza di andare oltre la polemica.
Bologna ha una grande tradizione come città di pace.
Insieme alla Firenze di Giorgio La Pira e alla Venezia di Massimo Cacciari, Bologna democratica, nelle diverse stagioni da Dozza fino alle migliori esperienze degli anni più vicini, ha saputo essere una attiva promotrice di rapporti internazionali più avanzati, fra est ed ovest, da prima, poi fra il nord ed il sud del mondo.
Non si tratta solo di un bel tempo andato.
Bologna è una parola che apre ancora molte porte, fuori d’Italia e il Comune possiede un’invidiabile know-how nei rapporti con l’estero.
E’ un patrimonio molto sotto utilizzato ma che può essere riattivato da un Governo della città all’altezza dei propri compiti.
E’ urgente la promozione di una conferenza cittadina per un programma di iniziative che affermando Bologna come Città di Pace, riproponga il ruolo delle Ambasciate della città, degli uffici per i rapporti internazionali, della collaborazione a tali scopi con l’Università, la cui attività internazionale è particolarmente ampia e qualificata, il CNR e l’ENEA, le scuole.

Proviamo a dettagliare alcune proposte.
Abbiamo l'obiettivo di estendere la diffusione e la creazione di cultura della pace e dei diritti umani, e qui la Carta Europea dei Diritti Umani nella Città, alla quale la Giunta di Bologna ha prima annunciato poi ritirato l'adesione, segna un passo importante nell’attuazione dei principi fondamentali sanciti nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e indica anche alla nostra città l’occasione di recuperare il suo ruolo storico di spazio politico e sociale nel quale ogni abitante possa avere lo stesso diritto di cittadinanza pur conservando la propria diversità legata all’origine, al colore, all’età, al sesso, alla lingua o alla religione

I Diritti Umani sono universali, indivisibili e interdipendenti e tutti i poteri pubblici hanno la responsabilità di riconoscere e valorizzare con atti e azioni concrete le differenze religiose, politiche, culturali, sociali ed etniche, e a fare in modo che le differenze non si trasformino in disuguaglianze, ma interagiscano dinamicamente, dando vita a nuove forme di relazione, scambio, convivenza, rendendo così più umana e ricca la città;
A Bologna in tanti già si impegnano mettendo in atto tutte le azioni tese a garantire e a far rispettare i valori proclamati nella Carta valori di uguaglianza e solidarietà, di giustizia e democrazia nel territorio, di partecipazione, trasparenza e buon governo per difendere un medesimo concetto di dignità umana e cittadinanza.
Dare sostegno e visibilità alle iniziative della società civile, riunirle il 21 Marzo, giornata dell'educazione alla Pace, è un primo lavoro che vogliamo affidare al Comune di Bologna.
Con l’obiettivo della centralità dell’ONU è senz’altro necessario mettere in campo una serie di progetti con le principali organizzazioni settoriali delle Nazioni Unite su sviluppo sostenibile, agenda 21, sanità, cultura.
Con l’obiettivo di un rilancio politico e culturale dell’Unione Europea, bisogna promuovere progetti, a partire soprattutto dai numerosi e significativi gemellaggi con altre città sorelle del continente, sui diritti umani, l’integrazione culturale, l’accoglienza, con particolare attenzione all’interscambio di esperienze nei campi fondamentali dell’acquisizione di competenze di vario livello nei linguaggi informatici e nel multilinguismo.
Eurocities può essere l’ambito migliore per un forte sviluppo di tali progetti oltre alla prosecuzione di quelli, già in essere tesi in particolare al miglioramento delle reti dei servizi con il confronto fra i punti di qualità delle diverse città europee.
Con l’obiettivo di promuovere una nuova cittadinanza consapevole dei lavoratori, delle famiglie e dei giovani migranti bisogna utilizzare al meglio le reti di comunità e di solidarietà di coloro che vivono a Bologna provenendo ormai da tutto il mondo.
Con l’obiettivo della solidarietà internazionale occorre riprendere e qualificare i progetti attuati con la collaborazione delle Associazioni ed Organizzazioni non governative di cooperazione dove stanno emergendo realtà più agili ed innovative.
Priorità delle priorità deve essere oggi l’attiva promozione di patti fra le città dell’Europa Comunitaria e quelle delle altre nazioni mediterranee e dei Balcani.
Passano da qui le due faglie delle questioni generatrici di conflitti fra est ed ovest e nord e sud, fra il confronto e viceversa la guerra fra le civiltà.
Le chiusure dell’Ambasciata di pace a Tuzla e dell’ISI (Istituzione per l’Immigrazione) sono state le Colonne d’Ercole attraversate all’incontrario dall’Amministrazione Guazzaloca: dall’apertura al mondo si è passati ad una chiusura municipalistica che ha danneggiato gli stessi interessi di Bologna.
In questi giorni di guerra a Baghdad e di rottura fra “vecchia” e nuova Europa i punti che abbiamo indicato potrebbero contribuire a riprendere il cammino nella direzione giusta.
Occorreranno però idee chiare e risorse certe, così come le Opposizioni hanno chiesto nella mozione unitaria: “Per Bologna città di pace”.
Serve un investimento adeguato, una scelta chiara nel bilancio del Comune che può essere volano per il ritorno di risorse significative per la città.
La pace costa , ma la pace rende, costruisce buon governo.
La pace fa più ricca la città.

"Gli Stati passano,
le città restano"

(Giorgio La Pira)

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10 Marzo 2003: I CONSIGLIERI DI OPPOSIZIONE INTERVENGONO TUTTI, CON IL SILENZIO, DURANTE IL TEMPO DELL'INIZIO SEDUTA, PER SEGNALARE CHE IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO E LA MAGGIORANZA HANNO IMPEDITO LA DISCUSSIONE SULLA GUERRA.
Dal Verbale del Consiglio comunale di Bologna
INTERVENTO DI INIZIO SEDUTA:
SULE ULTIME NOTIZIE APPARSE SULLA STAMPA RELATIVE ALL'IMMINENTE ATTACCO ALL'IRAQ DA PARTE DEGLI STATI UNITI


Consigliere Maurizio ZAMBONI
RIFONDAZIONE COMUNISTA


Grazie. In realtà io vorrei sottolineare che i pochi minuti che dedicheremo a un dibattito silenzioso, diciamo così, in quest'aula del Consiglio comunale di Bologna, vogliono essere un po' la sottolineatura, nella mia intenzione evidentemente, del silenzio assordante, giusto appunto, con cui il Consiglio comunale di Bologna ha accolto l'approssimarsi della guerra in Iraq. Credo che il Consiglio comunale di Bologna sia stato uno dei pochissimi Enti nei quali non si è ritenuto opportuno spendere una parola, con un dibattito politico, su questo fatto. È veramente, io credo, un dato estremamente negativo che connota questo Comune come uno dei Comuni meno sensibili e più regressivi del nostro Paese.
Per questo, per sottolineare appunto questa insensibilità, di cui ha dato prova il Comune di Bologna, ritengo che sia utile appunto sottolineare questo silenzio. Per sottolineare questo silenzio io vi voglio leggere una brevissima poesia, vecchia, ma sempre attuale, di Bertold Brecht: "La guerra che verrà non è la prima - e in effetti purtroppo non sarà la prima -, prima ci sono state altre guerre, alla fine dell'ultima c'erano vincitori e vinti, fra i vinti la povera gente faceva la fame, fra i vincitori faceva la fame la povera gente egualmente".
(Il consigliere Zamboni rimane in silenzio per qualche minuto)
Per concludere questo intervento silenzioso, rileggo un'altra volta questa poesia, perché repetita juvant:

"La guerra che verrà non è la prima,
prima ci sono state altre guerre,
alla fine dell'ultima c'erano vincitori e vinti,
fra i vinti la povera gente faceva la fame,
fra i vincitori faceva la fame la povera gente
egualmente".

Grazie.


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28 Marzo 2003
Bologna,
Palazzo d'Accursio,
aula del Consiglio comunale

Introduzione di Giancarla Codrignani,
presidente dell'assemblea


Buongiorno a tutti. E’ una giornata da far riflettere. Penso che nessuno sia né lieto né ottimista, anche se ci troviamo in questa sala consiliare, con le bandiere e con lo stato d’animo di chi ha detto – in tempo giusto – le parole per prevenire e si è trovato di fronte a una realtà che è quella che ormai tutti conosciamo.
Non intendo parlare della guerra. Intendo partire da un atteggiamento abbastanza pessimista che ho sentito attorno, anche in alcuni giovani che si rammaricano di non essere riusciti a fermare la guerra e credo che, invece, si possa contare su un dato positivo: è la prima volta nella storia che, grazie ad un uso ben preciso delle nuove tecnologie, in tutto il mondo e nello stesso giorno la gente manifesta la propria volontà di oace. E questo secondo me non è mai successo ed è molto importante.
E’ importante anche il fatto che si sta delegittimando la guerra. La guerra è stata una delle strutture storiche, ha avuto il suo “diritto di guerra” – ce l’ha ancora, ma viene perdendo senso, e quindi sta cadendo dalla coscienza comune, perché la guerra resta sempre un crimine, un’infamia, una iniquità. In particolar4e, con le armi di cui siamo in possesso, resta sempre un pericolo mortale nonostante l’intelligenza di cui sono dotate – in maniera, anche questa, deviante dal valore normale dell’intelligenza.
Questa considerazione che ha l’ottimismo della volontà, non può non scontrarsi con il pessimismo della realtà: viviamo in un Paese in cui il Governo ha mentito al suo popolo; è stato garantito il rispetto della Costituzione; è stato garantito che le basi militari da cui partono dei soldati non erano volte a fini di guerra; il generale americano ha smentito questa dichiarazione formale del Governo e ci troviamo in condizioni di non voluta belligeranza. Non voluta neppure dal Governo che cerca di sfuggire alle proprie responsabilità.
Oggi ci incontriamo il giorno successivo all’approvazione della legge 185 sul commercio delle armi e credo che non sia da sottovalutare anche il valore simbolico: siamo abituati alla mercificazione di tutto e quindi alla commercializzazione, come se fosse una merce qualsiasi, anche quella delle armi, le quali non sono invece una merce come le altre.
Però avviene in questi giorni, nonostante forti coinvolgimenti da parte delle associazioni, delle organizzazioni non governative, del mondo pacifista, del mondo cattolico, dei Beati costruttori di pace i quali hanno assediato il Governo, che si sono visti in audizione alle Commissioni Difesa della Camera e del Senato; che hanno manifestato davanti al Parlamento; che hanno assediato di lettere e di messaggi le caselle postali di tutti i parlamentari che avevano avuto contatti – a loro dire – promettenti da parte di rappresentanti - che si dichiarano cattolici – del Governo. Ma la legge è passata secondo le intenzioni governative, consentendo ad esempio l’abolizione della clausola che voleva evitare le triangolazioni: quindi non ci sarà più, nei contratti, la destinazione d’uso; non sapremo dove vanno effettivamente le commesse che sono state affidate alle nostre imprese.
E’ quindi un qualcosa di pesante. Ed è pesante anche la situazione nella nostra città. Noi siamo qui in una giornata separata: avere una separazione in questo caso è abbastanza penoso, come cittadinanza. E anche come istituzione: istituzione che è di tutti e che, sui discorsi della guerra e della pace, dovrebbe avere una maggiore comunicazione se non comunanza di pensieri, è però divisa, spaccata. E questo non solo addolora e rincresce, ma resta qualcosa che pesa sulla vita della città ed è destinata ad avere conseguenze. Anche qui, non c’è una forma di chiarezza, ovvero c’è chiarezza nel senso negativo del termine; eppure bisogna procedere e verificare una possibilità di più di contare. Hanno contato i giovani, i giovani delle scuole; hanno contato i cittadini della libera città di Bologna, manifestando nei cortei e nelle piazze. La raccogliamo anche, simbolicamente, in questa piazza e credo che questo sia il senso della nostra giornata oggi.
In questa assemblea verrà toccato anche il tema dell’informazione, che è uno di quelli
sui quali la cittadinanza, tutte le cittadinanze, debbono essere impegnate a riflettere perché tutto quello che ci viene fornito è volto a impressionare emotivamente, e a non portare l’attenzione sui punti di riferimento necessari Tra l’altro non c’è solo questa guerra in corso: in Africa ci sono tante tensioni; in Sudan, in questi ultimi anni, sono stati uccisi due milioni di persone. La Costa d’Avorio, dall’inizio dell’anno, vede un susseguirsi continuo di stragi e di guerra civile; la Repubblica centroafricana ha avuto, poche settimane fa, un golpe.
Quindi noi non possiamo perdete l’attenzione su quello che va a danno della nostra consapevolezza sulla democrazia, sul modo di essere e l’informazione, non a caso, nella nostra Costituzione è un diritto. E bisogna, anche attraverso le forme nuove di ciò che corre in rete, farsene carico.
Sentivo proprio oggi che se una persona guarda, sulla rete, la parola War (guerra), trova più di cinquanta milioni di siti di riferimento: questo significa che noi non ce la faremo mai a vederli e che avremo da fare delle scelte, ma che neanche la CIA può averne l’intera conoscenza

Vorremmo anche parlare in maniera concreta anche di cose che restano in prospettiva da fare, qualunque sia la durata della guerra: ci sono previsioni che ci coinvolgono e che hanno bisogno del nostro aiuto e della nostra solidarietà.
Per questo io credo che tutti quanti ci troveremo d’accordo nel parlare con il massimo di concretezza e di efficacia possibile, nella maniera più sintetica perché più sintesi riusciamo a fare, più persone intervengono e danno il loro apporto costruttivo.
Vi ringrazio di avermi chiamato alla presidenza. Apro senz’altro i lavori della giornata dando la parola a Davide Ferrari per l’introduzione.

28 marzo 2003

"Bologna ripudia la guerra.
Cosa può, cosa deve fare, una città per la pace e la solidarietà tra i popoli"

Relazione di Davide Ferrari


Grazie di essere qui con noi. In particolare voglio ringraziare i parlamentari presenti, che hanno voluto – con la loro presenza e con il loro intervento – testimoniare anche una vicinanza all' istituzione Comune di Bologna- che, anche dall’opposizione, abbiamo voluto rappresentare: questo è il primo significato di questa iniziativa.
Iniziativa che avviene in un momento in cui la città, con motivazioni anche differenti nei suoi cittadini - c’è chi ha detto “per spirito pacifico” e non “per pacifismo”…. può essere – pure ha voluto, nella sua stragrande maggioranza, testimoniare una forte avversione ad una guerra incomprensibile e terribile.
Ebbene, in questo frangente non abbiamo visto il Comune di Bologna. Non lo abbiamo visto: è mancato il coraggio di una presa di posizione e, ancor prima, è mancato addirittura il coraggio della promozione di un serio, franco, limpido confronto consiliare; confronto che pure era stato richiesto - vedo qui il collega Monteventi – da tanti colleghi appena la situazione di crisi è andata precipitando.
Bologna ripudia la guerra: abbiamo scritto, subito dopo nel titolo “cosa può, cosa deve fare una città per la pace e la solidarietà internazionali”. Infatti, attraverso un seminario come questo, noi vogliamo cominciare a mettere degli elementi anche di programma; non vogliamo fermarci soltanto all’aspetto polemico, anzi di fronte alla pace e alla guerra è il momento del fare, più che dell’attardarsi in considerazioni negative che pure verrebbero tanto facilmente alla voce.
Sentiamo9, senza velleitarismi, di avere su queste spalle – di noi consiglieri comunali, ma dei consiglieri di quartiere che sono qui presenti, dei cittadini per meglio dire, la responsabilità di rappresentare il Comune di Bologna come istituzione democratica, sensibile, presente, anche al di là delle stesse capacità, certamente, ma anche degli stessi ruoli istituzionali.
Proprio questo – ripetiamo – vorremmo mettere qualche parola di proposta.
Bologna ha una grande tradizione come città di pace, insieme alla Firenze di Giorgio La Pira, la Venezia di Massimo Cacciari e a tanti altri Comuni importanti d’Italia. Bologna democratica ha però avuto una peculiarità: nelle diverse stagioni, da Dozza fino alle esperienze più vicine, ha saputo essere un’attiva promotrice di rapporti internazionali più avanzati, fra est ed ovest dapprima, e poi fra il nord e il sud del mondo.
Non si tratta solo di un bel tempo andato: guardate, è importante che le città parlino insieme ai cittadini! Ci hanno chiesto, nel presentare questa iniziativa, “voi ovviamente parlerete del “dopo” la guerra, parlerete della ricostruzione”. E noi abbiamo risposto “certamente, ma vogliamo innanzitutto che continui a levarsi anche dai Consigli comunali una chiara voce per il no a questa guerra mentre essa si svolge! Si può ancora fare molto, possiamo incidere anche sulla conduzione. Dobbiamo dire che vanno fermati i bombardamenti sui civili innocenti, quelli che si stanno compiendo ora! Prima ancora di pensare al dopo, alla sparizione delle spoglie o più volonterosamente alla ricostruzione”.
Ripeto: Bologna non piò parlare solo per voce di ricordo o per voce storica. E’ una parola – Bologna – che apre ancora molte porte in Italia e lo stesso Comune di Bologna possiede uno invidiabile know how nei rapporti con l’estero, che è una risorsa, un patrimonio anche per altre città. Un patrimonio molto sottoutilizzato, ma che può essere riattivato da un governo della città all’altezza di propri compiti.
D’altra parte questi giorni sono stati anche i giorni dell’insediamento e dell’attività della scuola di pace di Montesole, che credo già segni uno straordinario intervento degli enti locali e delle comunità per la pace contro le guerre.
E’ urgente la promozione di una conferenza cittadina per un programma di iniziative che, affermando Bologna come città di pace, riproponga il ruolo delle Ambasciate della città, degli Uffici per i rapporti internazionali, della collaborazione – a tali scopi – con l’Università la cui attività internazionale è particolarmente ampia e qualificata oggi; il CNR e l’Enea, le scuole.
Vorremmo che i rappresentanti, intanto chi già c’è – e poi sappiamo che sono stati chiesti posti in più – di Bologna nella Scuola di pace di Montesole si facessero promotori, intanto, di questo momento di conferenza e di iniziativa.
Proviamo a dettagliare noi alcune proposte, con modestia. Sono titolo che anche voi contribuirete fin da oggi a riempire,.
Abbiamo l’obiettivo di estendere la diffusione e la creazione della cultura della pace e dei diritti umani. E qui la Carta europea dei diritti umani nella città, promossa dall’Unione europea e alla quale la Giunta di Bologna ha prima annunciato e poi ritirato l’adesione, segna un passo importante nell’attuazione di quei principi fondamentali sanciti nella Dichiarazione universale dei diritti umani, che indicano anche a Bologna l’occasione di recuperare un ruolo importante, un ruolo storico, uno spazio politico e sociale nel quale ogni abitante possa avere lo stesso diritto di cittadinanza, pur conservando la propria diversità legata all’origine, al colore, all’età, al sesso, agli stili di vita, alla lingua o alla religione. Oggi la cultura di pace deve affrontare tutte queste tematiche.
Troverete in carpetta il contributo, che io non leggerò per intero.
Dare sostegno e visibilità alle iniziative della società civile. Riunirle il 21 di marzo: c’è qui monsignor Giovanni Catti, che voglio molto ringraziare, che fu il promotore, con Giorgia Chilanti; il professor Favilli, di cui tutti ricordiamo l’importante iniziativa di formazione alla pace. Ebbene, il 21 marzo può essere di nuovo la giornata dell’educazione alla pace, un primo lavoro che vogliamo affidare al Comune di Bologna.
Con l’obiettivo della centralità dell’Onu, secondo obiettivo. E’ senz’altro necessario mettere in campo una serie di progetti con le principali organizzazioni settoriali delle Nazioni Unite su sviluppo sostenibile, agenda 21, sanità e cultura.
Con l’obiettivo di un rilancio politico e culturale dell’Unione europea: bisogna promuovere progetti, a partire soprattutto dai numerosi e significativi gemellaggi con altre città del continente, sui diritti umani, l’integrazione culturale, l’accoglienza. Con particolare attenzione a quell’interscambio di esperienze nei campi fondamentali che permettono di acquisire competenze nei linguaggi informatici, nel multilinguismo, nella stessa gestione dei servizi.
Fino a qualche anno fa, per Eurocity, Bologna contava molto e teneva anche i rapporti per il Mediterraneo: ebbene, ripartiamo almeno da qui! Eurocity può essere l’ambito migliore per un forte sviluppo di tali progetti, oltre alla prosecuzione di quelli ancora in essere, per migliorare il ruolo non solo delle città verso l’esterno, ma anche della stessa qualità della vita delle città. Con l’obiettivo di promuovere una nuova cittadinanza consapevole dei lavoratori, delle famiglie e dei giovani migranti bisogna utilizzare al meglio le reti di comunità e solidarietà di coloro che vivono a Bologna, provenendo ormai da tutto il mondo.
Io qui voglio dire che ormai sono state numerose le prese di posizione, da parte di tutte le forse di opposizione, ma soprattutto della città, per dire che non si può più parlare di reti di comunità di migranti senza affermare un diritto alla partecipazione anche delle elezioni di propri rappresentanti in aule come queste. La legge non lo consente: si faccia il “cittadino aggiunto”, si passi comunque al voto! Non si può più solo parlare di solidarietà: bisogna parlare di diritti.
Con l’obiettivo della solidarietà internazionale occorre riprendere e qualificare i progetti attuati in collaborazione con le associazioni e le organizzazioni non governative di cooperazione. Ringrazio gli amici che sono presenti che poi ci parleranno di alcuni interventi prioritari.
E’ proprio in tema di priorità delle priorità, vorrei concludere dicendo che oggi questa attiva promozione di “patti fra le città”, che è un po’ il senso della nostra proposta, deve vedere partire dall’Europa comunitaria ponti e iniziative verso le altre nazioni mediterranee ed i Balcani. Proprio dal Mediterraneo passa la faglia principale delle questioni generatrici di conflitti fra Nord e Sud. Può passare il confronto o, viceversa, come vediamo, la guerra fra le civiltà: le chiusure dell’Ambasciata di pace a Tusla, di Bologna, e dell’Isi, l’istituzione per l’immigrazione, sono state le colonne d’Ercole attraversate all’incontrario, in questo mandato amministrativo!
Dall’apertura al mondo si è passati alla chiusura municipale, che purtroppo – dico purtroppo perché vediamo quali serie di eventi la mette mora – è del tutto improponibile, oltre che sbagliata; ed ha danneggiato gli stessi interessi di Bologna.
In questi giorni di guerra a Baghdad e di rottura fra vecchia e nuova Europa i punti che abbiamo indicato potrebbero contribuire – passando, certo, alle proposte concrete – a riprendere un cammino della città nella direzione giusta. Occorreranno però idee chiare e risorse certe, così come abbiamo chiesto. Per “Bologna città di pace” servirà un investimento adeguato, addirittura una definizione di responsabilità anche interne alla nuova esperienza amministrative ed una scelta nel bilancio del Comune che possa essere volano per il ritorno di risorse significative per la città.
Abbiamo messo due citazioni importanti che d’altra parte campeggiano nel coordinamento degli amministratori per la pace – e ringrazio i sindaci presenti -: “gli Stati passano, le città restano”, diceva Giorgio La Pira. E con una maggiore espressione di parole, ma anche con tanta bellezza, diceva invece Ernesto Balducci “le città devono insorgere; esse devono sorpassare la corazza delle sovranità statali; le città sono chiamate ad una grande e pacifica rivoluzione”.
Diciamo, più sommessamente, questo, per concludere con impegni concreti ed anche con i bilanci: la pace costa, ma la pace rende, costruisce buon governo anche per la nostra città. La pace fa più ricca la città di Bologna.


28 Marzo 2003
Intervento di Monsignor Giovanni Catti


Grazie per questo invito. Lo accetto anche come Rettore dell’Università della Pace “Ernesto Balducci” in Cesena.
E’ pur vero che a Bologna, all’inizio degli anni Ottanta, l’assessorato competente per il decentramento editò un opuscolo intitolato “Stagioni di pace”. In quell’opuscolo si cercava di vedere quali fossero le radici di un movimento della pace anche in Bologna. Le si ritrovavano, remotamente ma anche più vicino a noi, specialmente nell’episcopato di Benedetto XV. In queste ore, a Bologna, c’è un convegno su questo argomento.
E’ opportuno notare che appena diventato, l’arcivescovo di Bologna, Papa con il nome di Benedetto XV, Giacomo Dalla Chiesa rifiutò di dire guerra, ma usò parole come “carneficina, massacro, strage” definendo il conflitto armato “una vergognosa carneficina” e dispiacendo quindi a molti che si aspettavano che invocasse la protezione divina sulle armi italiane.
Del resto, anche durante la sua permanenza a Bologna, c’era stata una presa di coscienza. Ricordo la famiglia Cavazza, quella famiglia dove il padre sarà poi rappresentante della Democrazia Cristiana nel Comitato di Liberazione e il figlio Francesco partirà per il fronte greco lasciando detto al padre "“papà non temere, potranno farmi del male, io non ne farò a nessuno, sarò disarmato”; e coerentemente con quanto aveva dichiarato a suo padre, andò avanti disarmato. Il fatto si riseppe, è documentato in un libro scritto dal padre e intitolato proprio “Papà non temere”.
E questo fa riflettere su persone che lungamente pensarono, soffrirono e anche pregarono per un ideale di non violenza e di ricusazione della guerra in assoluto.
Un’altra radice la si può ritrovare quando, nei giorni della Resistenza – penso in modo particolare ma non esclusivo al ministero di Monsignor Giulio Salmi – apparve, specialmente a noi più giovani, un orizzonte di resistenza non violenta che era molto forte, a volte direi più forte, di una resistenza violenta, guerreggiata, che pure poteva avere – in quelle circostanze – anche una sua giustificazione.
Ed è da queste radici, come pure dai documenti di insegnamento di Giovanni XXIII che vengono le ispirazioni migliori perché Bologna, appunto, negli anni Ottanta si sviluppi - specialmente a livello di scuole per l’infanzia e di scuole elementari, dell’assessorato all’istruzione del Comune di Bologna - un certo tipo di considerazione del problema, di educazione alla pace in positivo.
Vorrei ricordare in questo momento che in quei giorni nasceva anche il Centro di documentazione di iniziativa per la pace, insieme con il compianti Giovanni Favilli. Pochi giorni fa nel corso dell’assemblea di G.D., delle lavoratrici e dei lavoratori della G.D., ascoltavamo la testimonianza di Teresa Stagni Strada e nello stesso tempo ricordavamo che quindici anni prima, in quella stessa sala, stavamo riflettendo, insieme con Giovanni Favilli, timorosi di essere entrati in quell’ambiente.
Erano giorni in cui, proprio la presenza di Giovanni Favilli, si cercava che i movimenti per la pace in Bologna non si fermassero ad aspetti emotivi e sentimentali soltanto; ma occorreva che ci fosse una riflessione, addirittura una ricerca scientifica, che ci era in qualche modo garantita dalla presenza di Favilli. E non si può dimenticare però la sua passione, fino all’ultimo, stringendomi la mano, mi chiedeva di continuare perché c’era bisogno di questo. E soprattutto prevedeva lo sconvolgimento mentale di chi si fosse trovato nel momento culminante della prospettiva atomica batteriologica e chimica, a governare il mondo.
Furono questi i suoi ultimi pensieri, che risultano veramente attuali, oggi.
E’ pur vero che se c’era, e continua ad esserci, questa attenzione agli aspetti scientifici, le emozioni e i sentimenti però contano ancora. Personalmente penso che erano tempi del moderno e che forse siamo arrivati alla transizione, ad un postmoderno, che cerca di compenetrare insieme il ragionamento più rigoroso con la passione, direi con la musica, con il canto. Come i fatti stanno dimostrando.
A volte – ci insegna Pascal – c’è più ragione nel cuore e c’è passione nelle idee, nei pensieri. Ed è a questo riguardo che cito due documenti che mi sembra possa risultare utili, in modo che non si possa dire che il mio intervento è stato soltanto dannoso. Penso che potrebbe essere, il mio intervento, utile specialmente per queste due citazioni.
La prima è dal recente – è dell’altro ieri – discorso di Giovanni Paolo II. E’ indirizzata ad un gruppo di preti che sono stati a partecipare ad un corso promosso da lui, nel Consiglio pontificio della giustizia e della pace; un corso di formazione alle attività umanitarie.
E a questi, che sono al presente con la qualifica, anche, di cappellani militari, dice: “il vostro corso viene a cadere in un’ora difficile della storia, quando il mondo si trova ancora una volta ad ascoltare il fragore delle armi. Il pensiero delle vittime, delle distruzioni, delle sofferenze provocate dai conflitti armati arreca sempre profonda preoccupazione e grande dolore. Dovrebbe ormai essere chiaro a tutti che la guerra come strumento di risoluzione delle contese fra gli Stati è stata ripudiata prima ancora che dalla Carta delle Nazioni Unite, dalla coscienza di gran parte dell’umanità, fatta salva la liceità della difesa contro l’aggressore”.
Il discorso riprende quel termine “ripudiare” che è un termine squisitamente biblico, i cui costituenti lo usarono quasi perfettamente consapevoli che non era un termine esattamente giuridico. IL Devoto-Oli dice che “ripudiare” vuole dire svergognare e allontanare: è l’atteggiamento di lui che ha scoperto lei in flagrante adulterio. E ciò che fu ignominioso da parte di Abramo nei confronti di Agar diventa invece meritorio per la città, se veramente “svergogna” la guerra e la allontana anche dalla mente. In fondo, è quella espressione forte della “Pacem in terris” che è “alienum ratione”: pensare soltanto che il conflitto armato sia solutore di problemi.
“Il vasto movimento contemporaneo a favore della pace – sono parole dette l’altro ieri da Giovanni Paolo II … dirò che mi dispiace – la quale, secondo l’insegnamento del Concilio Vaticano secondo non si riduce ad una semplice assenza dalla guerra, traduce questa convinzione di uomini di ogni continente e di ogni cultura”. C’è l’indicativo presente, cioè ha presente l’esistenza di movimenti per la pace e dice che in essi si traduce – non è una canonizzazione, non è neppure, al limite, una benedizione, è però una constatazione – quello che la coscienza della povera gente aveva intuito già da tempo.
E concludo con un altro documento che fu caro al nostro cuore ma anche alla nostra mente. Quando proprio incominciavano, questi movimenti, e nella migliore delle ipotesi si era considerati utili idioti e nella peggiore, proprio disonesti, ecco che ci fu questa poesia che venne da una scuola materna di Casalecchio di Reno e che poi venne diffusa anche attraverso altri canali; e che è ancora diffusa secondo altre versioni. Io ne ho una che penso sia autentica: me l’ha garantito questa mattina quella maestra delle scuole dell’infanzia che me la mandò.
E’ di Tali Sorex, una che trenta anni fa aveva 14 anni ed era israeliana, e secondo me anche israelita, dato il contenuto. E c’è qui quel pensiero di Giovanni Paolo II, di una pace positiva che non è solo assenza di guerra. E questa poesia ci accompagnò e ci persuase, appunto, che era questione di ragione e di emozione e sentimento.
“Avevo una scatola di colori brillanti, decisi e vivi. Avevo una scatola di colori alcuni caldi e altri molto freddi. Non avevo il rosso per il sangue dei feriti, non avevo il nero per il pianto degli orfani, non avevo il bianco per i volti dei morti, non avevo il giallo per le sabbie ardenti, ma avevo l’arancio per la gioia della vita, il verde per i germogli e i nidi e il celeste per i chiari cieli splendenti e il rosa per il sogno e il riposo. Mi sono seduta e ho dipinto la pace”.


28 Marzo 2003
Intervento di Luigi Pedrazzi


Ringrazio gli amici del Consiglio comunale e gli organizzatori di questo incontro per avermi invitato e consentito di prendere ora la parola. Ho accetto l’invito e sono venuto qui con la convinzione che sia tutto giusto, continuare a fare così.
Nei mesi scorsi abbiamo cercato di fare, prima che l’attacco fosse iniziato, e credo che oggi vi siano ancora più ragioni e convinzioni e anche un bagaglio di pensiero più ampio, per continuare a fare questo.
Quindi dirò soltanto poche cose, tre cose soltanto. La prima, appunto, è che bisogna continuare a chiedere l’interruzione dell’attacco di questa guerra che era – ormai non si può più dire che era inevitabile – da evitare non solo per tutto quello di orribile che già abbiamo visto nei primi otto giorni di conflitto; ma molto di più, molto di più per quello che si annuncia per le prossime settimane ed i prossimi mesi.
Quindi insisto: continuare a chiedere di interrompere l’azione di guerra è veramente una richiesta di pace profonda, perché riguarda – non oso dire in primo luogo – ma quasi in primo luogo coloro che ora sono all’attacco, gli Americani e gli Inglesi. E’ principalmente nell’interesse di questi due grandi Paesi: Inghilterra ed America, che questo va chiesto da noi come amici, per la posizione politica storica giuridica culturale, che abbiamo in comune con loro. E questo dobbiamo farlo con grande convinzione perché se i dolori e le ingiustizie più profonde si scaricano sui poveri iracheni, i pericoli maggiori che riguardano lo spirito ed il futuro, riguardano le due grandi società democratiche inglese ed americana; che sono – qualcuno pensa da una setta che si è impadronita del potere negli Stati Uniti… io non sono abbastanza esperto per sapere se la conquista della presidenza degli Stati Uniti, nel contesto americano, possa interpretarsi sotto le categorie di una setta – che approfittando di momenti di debolezza complessiva anche del sistema istituzionale americano, consente ad una minoranza di una minoranza di acquisire un potere di deviazione così profondo rispetto alle stesse tradizioni americane.
Ma non vi è dubbio che se l’abbiamo detto con voci che poi sono risultate inadeguate, prima che la guerra cominciasse, questo guaio grossissimo che nasceva da un nucleo di errore, che era rafforzato terribilmente nella società americana, certo dopo il trauma spaventoso dell’11 settembre, ma con elaborazioni e sviluppi che non erano né inclusi, né necessari, né benefici terapeuticamente parlando rispetto a quel trauma subìto.
Oggi mi pare evidente che questa guerra, che può essere vinta da coloro che dispongono di una superiorità di distruzione enorme rispetto a quella dell’avversario il cui Paese hanno invaso, questa guerra può essere vinta da coloro che l’hanno iniziata soltanto determinando, al termine di questa guerra, una tale involuzione barbarica della loro condotta che non potrà non avere non solo tremendi effetti sul quadro generale, ma anche un grande smarrimento e confusione; per cui alla fine benefica, ma certo drammatica, all’interno dei due Paesi.
Non è possibile che gli inglesi e gli Americani sopportino le cose che dovranno vedere, che dovremo vedere se le armate inglesi ed americane vorranno conquistare Baghdad. Perché – e questa è la seconda cose che vorrei dire – quello che è successo negli ultimi otto giorni è una esperienza storica molto impegnativa per tutti. Io sono stato contrario per ragioni religiose, ma anche e soprattutto etiche, giuridiche e politiche a questa guerra. Ma sinceramente non davo per scontato che potessimo ricevere una lezione di verità, di complessità così grande come quella che stiamo ricevendo in questi ultimi otto giorni!
Smettiamo, se possibile, di ripetere gli argomenti che per sei mesi abbiamo portato avanti perché quello che sta succedendo è più grande, più misterioso, oserei dire biblico, se l’amico don Catti me lo permette! E questo non solo per i luoghi, ma per le forme, le modalità stesse che essi esprimono.
Chi è tenuto, per una scelta religiosa ad esempio, a leggere proprio in questi giorni libri antichi come quello di Geremia o di Baruch, ad esempio, troverà un riferimento a quei luoghi degli annunci che sono strepitosamente annunci di verità: quanto è forte la menzogna e l’illusione di essere forti, in coloro che stanno preparando la propria rovina. E quanto anche persone non solo modestissime nella struttura forte di potere, ma forse anche modestissime nell’elaborazione culturale, giuridica, scientifica; forse anche seguaci di persone che non meritano, per tutto l’arco delle loro azioni, uno straordinario consenso ed ammirazione; dicevo, queste persone possono insegnare a tutti delle cose importantissime.
La società americana, nel suo complesso, è ricca di informazioni, anche se sta facendo molto perché non passino le informazioni necessarie. Ma i resoconti che si leggono a partire dalla stampa americana – e che noi apprendiamo poi indirettamente – sulle conversazioni che fanno i soldati americani e le conversazioni che vengono carpite invece dai fedayin, dai combattenti, dai partigiani che si preparano a morire nelo deserto dopo essere stati per alcune ore nascosti in attesa di poter assalire le retrovie, ci mostrano che la società americana si è profondamente ingannata quando, chiusa nell’arroganza della consapevolezza del suo straordinario potere tecnologico, ha creduto di avere i poteri per invadere non dico per la prima volta nella storia americana, ma certo contro una grande tradizione americana, un Paese non solo per liberarlo ma per cambiare gli equilibri interni, con una violenza e una presunzione assoluta come quella che si sta dimostrando.
Alla fine sicuramente entreranno in Baghdad e Bassora, ma per entrare in queste due città dovranno fare cose atroci! E l’augurio di tutti quello di impedire che le facciano perché la contraddizione nella quale si sono messi è grandissima. Perché è chiaro che anche la presidenza Bush ha il diritto di cercare di salvare la faccia, ma questo diritto…

..........breve interruzione nella registrazione...................................................................

… la responsabilità dell’errore e della colpa giuridica ed etica che è stata commessa. Perché non vi è dubbio – anche se non è questa la sede in cui portare delle pezze di appoggio – che si potrebbe sostenere che innanzitutto è l’etica che non consentiva di fare di Saddam Hussein un mostro che qualcosa d’altro, che non la storia complessa nella quale le responsabilità americane sono gigantesche.
Chi conosca anche poco la carriera di Saddam Hussein sa che come vicepresidente si era mosso, nel complesso in maniera abbastanza abile e diplomatico, sia verso i Turchi – firmò il Trattato di Algeri con lo scià Reza Pahalavi cercando di sistematizzare il suo Paese nella Regione; e solo dopo che ha acquisito il potere che ha iniziato la guerra contro l’Iran ed è stato coperto d’oro con aiuti e soccorsi che gli hanno consentito uno strapotere sul suo Paese che altri non avevano.
E le famosi stragi compiute sul suo popolo, oltre che su popoli contermini come gli Iraniani, sono state fatte con armi, con gas e con mine che noi abbiamo fornito. E quando dico noi intendo Americani, Francesi, Inglesi e Tedeschi. E per quanto riguarda le mine, in maniera enorme gli Italiani.
Quindi non si può chiedere ora a dei ragazzi di diciotto, venti anni come i poveri prigionieri americani che abbiamo visto, che cercano d fatto un lavoro. O quella buona parte di neri che stanno imbarcandosi per essere i nuovi 120 mila che si aggiungeranno e che cercano una sistemazione nella loro società, che cercano di emergere; perché essere nell’esercito americano per certi ceti della società americana diventa una grande via di promozione sociale. E non si può presentare come vacillante un regime che è pieno di colpe e di difetti per le nostre idee di democrazia, che tuttavia dimostra una sanguigna vitalità e una capacità di resistenza sulle ragioni della quale dobbiamo interrogarci.
Concludo dicendo però che la città di Bologna, oltre che una riflessione ed un lavoro bellissimo nelle scuole, nei circoli, nei quartieri, ha forse anche la possibilità di iniziare qualche cosa di più impegnativo. Dato che è una città di alte tradizioni culturali, politologiche, che ha delle responsabilità o per lo meno dei canali anche nei confronti dell’Europa; e non a caso il Presidente dell’Unione Europea è bolognese! Approfittiamone e cerchiamo di porre con forza una riflessione ed uno studio, nonché una proposta per cambiare le istituzioni internazionali.
Non vi è dubbio che se qualcosa si sta imparando negli ultimi mesi è che tutti, tutti, abbiamo delle responsabilità enormi nell’avere lasciato che l’Onu e l’Unione europea fossero, in tutti questi anni, quello che sono. E’ chiaro che così non vanno bene. Ma sono dei pazzi criminali coloro che pensano che da questa fase di evidente difficoltà e anche di quasi fallimentare condotta, si debba passare allora ad un unilateralismo che cancella le istituzioni per la legalità internazionale.
Dobbiamo correggerle, dobbiamo restaurarle, non certamente indebolirle. Chi pensa questo, chi propone questo va contro tutto il senso della storia degli ultimi secoli, che è una storia di evoluzione costituzionale e che è proprio cominciata nei grandi Paesi che ahimè oggi stanno invadendo l’Iraq.
Io direi “chi è senza peccato scagli la prima pietra”: non è certo l’Europa che ha conosciuto il nazismo; non sono certo o post-comunisti che possono pretendere di insegnare tutto con arroganza.
Mi permetto però di dire, per chi ha visitato l’Unione Sovietica, quanto sia stata importante la guerra patriottica, nella quale Stalin ed altri hanno profuso – e fatto profondere dal proprio popolo – una quantità di dolore enorme; e quanto questo abbia contribuito a rinsaldare una situazione interna che era già profondamente in difficoltà, negli anni Trenta e Quaranta. Chi ha conosciuto le famiglie russe che vanno a portare, quando si sposano, i fiori del loro matrimonio sulle tombe dei caduti della guerra patriottica, capisce che cosa la guerra patriottica ha propinato delle esperienze erronee di quel regime politico.
Temo che effettivamente noi rischiamo, se non pensiamo di più, di avere una Onu debolissima, una Unione europea che è un grande mercato e invece avere rinsaldata la fama di Saddam Hussein tanto più se dovesse, alla fine, essere ucciso, morire nel disastro delle decine di migliaia di morti, nella sua Baghdad.
Perché se noi ci leghiamo ad essere gli invasori e i distruttori di un regime che ha trovato una difesa popolare, meno male che c’è il Papa che effettivamente, con voce che tutti hanno ascoltato e cominciano a avvertire…. Che ha mostrato che l’Occidente è una realtà complessa, che non si può dire che il cristianesimo della Giunta Bush è la rappresentanza dei valori spirituali dell’Occidente, perché altrimenti saremmo in una situazione ancora più orrenda d quella in cui siamo or.
Dobbiamo uscire al più presto con proposte semplici, nette, di riforma delle Nazioni Unite. Non è questa la sede e il momento per esporle, anche se so che la Margherita – ne sono molto contento ed orgoglioso – ha al riguardo dei progetti che esporrà all’Ulivo. Io ho avuto occasione di esporli anche a Cofferati e ne ho già sentito anche una eco nei suoi interventi, molto fiduciosi, che sia giunto il momento di migliorare l’Onu.
E dobbiamo pensare anche all’Unione europea perché così com’è sicuramente non ci garantisce tutta quella capacità di democrazia che permetta di proseguire nel futuro in una scena internazionale che è stata devastata dagli errori della presidenza Bush.


28 Marzo 2003
Intervento di Giuseppe Paruolo.


Credo che sia giusto partire, almeno per me, dall’11 settembre. Ricordo i giorni immediatamente successivi a questa data e ricordo come, accanto ai sentimenti di profondo choc e dolore per quello che era accaduto con la distruzione delle due torri nel centro di New York City, c’era anche – e si iniziava in qualche modo ad intuire – un sentimento di speranza. N sentimento di speranza che, dopo una cosa così violenta e scioccante, si percepissero fino in fondo le urgenze di mettere mano alle ingiustizie e alle cause potenziali di conflitto che stanno avvelenando i pizzi del nostro pianeta. E finalmente fare qualcosa per costruire le ragioni della pace.
In qualche modo c’era, in quei giorni, la sensazione che si potesse essere di fronte ad un tale accadimento che finalmente potesse mettere in moto una reazione di tipo positivo.
Non lo so, forse era ingenuità, forse era l’ingenuità di chi pensa che il vedere i fenomeni migratori debba spingere in modo automatico alla cooperazione con i paesi che sono più indietro. Forse era la stessa ingenuità che spingeva allora a considerare come obbligatoria la strada della pace e della risoluzione dei conflitti, come viatico per sconfiggere primariamente i pericoli che anche il terrorismo internazionale così drammaticamente aveva posto.
Invece oggi siamo qui a parlare di una guerra dopo che, essendo passati giù quasi due anni da quel giorno, non si è fatto nulla – non dico si è fatto poco, ma non si è fatto nulla – per andare a incidere positivamente sulle ingiustizie e sulle cause di conflitto che hanno creato l’ambiente nel quale è stato libero di crescere anche il mostro del terrorismo internazionale.
Questa è la cosa principale: non voglio arrivare a dire che saremmo stati pronti a giustificare un utilizzo della forza militare da parte degli Stati Uniti o di altri, se si fosse visto almeno qualcosa sul fronte della pace. Però è certo che questo parlare soltanto in termini di opzioni militari rende davvero ancora più duro e inaccettabile il confronto con questa guerra ingiusta, illegittima e nata al di fuori di quelli che erano i pur gracili organismi internazionali che avrebbero dovuto segnare le decisioni dei popoli di questo pianeta su questi temi.
Ora, non voglio dilungarmi perché altri meglio di me l’hanno detto e lo diranno, sulle ragioni del no a questa guerra. Certamente una guerra che ci mette nella profondissima tristezza sia sostanziale, per quello che sta accadendo in queste ore in quei luoghi, sia per come ci si è giunti, cioè quali sono stati i passaggi attraverso i quali si è arrivati a questa decisione già presa, sostanzialmente, nonostante il dispiegarsi per mesi della diplomazia internazionale, nonostante i risultati che le ispezioni nell’Iraq stavano comunque ottenendo.
E l’ultimo elemento di tristezza cui voglio accennare sono gli argomenti che non dico rasentano l’indecenza, ma la oltrepassano decisamente, con cui si sentono propugnare le ragioni di una condiscendenza e di una totale tolleranza rispetto a cose che invece non possono lasciarci indifferenti.
Ora i temi che abbiamo di fronte sono certamente i temi della costruzione della ricostruzione. Non tanto la ricostruzione dell’Iraq, che certamente sarà uno dei temi, ma la costruzione davvero di come riuscire a promuovere nel mondo le ragioni della democrazia e della giustizia; perché sono questi i presupposti indispensabili per poter parlare di pace.
Ragioni della democrazia e della giustizia che, con tutta evidenza, non possono essere promosse da eserciti che invadono e che instaurano governatori, perché non si capisce davvero come la democrazia possa nascere in questo modo.
E c’è bisogno di un’offensiva, una offensiva che sia sia di gesti concreti – quelli cui accennavano prima anche diversi fra gli intervenuti – di cooperazione internazionali; sia di convincimento. E in questo senso va anche l’iniziativa che la Margherita ha preso e intende proporre a tutto l’Ulivo di una vera offensiva di convincimento dei nostri colleghi, dei nostri amici, dei nostri fratelli americani, inglesi o di altre Nazioni che hanno deciso di appoggiare questa guerra. Non dimentichiamoci, purtroppo, che in quell’elenco c’è anche l’Italia! Almeno di quelle che abbiamo avuto la possibilità di conoscere, perché ricordiamoci che ce ne sono anche quindici in cui il senso della democrazia è talmente profondo che il Presidente americano non è stato nemmeno in grado di citare! Nel senso che ha detto che ci sono altri 15 Stati che appoggiano l’azione militare ma non ha potuto dire quali, perché evidentemente i cittadini di quei Paesi sono talmente intrisi di democrazia che non possono nemmeno conoscere le decisioni dei loro Governi.
Ecco quindi che noi dobbiamo partire con un’offensiva che ricostruisce le ragioni di una vera solidarietà internazionale e le ragioni che ci facciano sfuggire a questo dibattito sbagliato fra chi è americano e chi è antiamericano. No: siamo cittadini del mondo e cogliamo, con gli Americani e con tutti gli altri popoli, costruire le ragioni di una convivenza che rimuova i conflitti e le cause delle guerre.
Ecco quindi il senso della costruzione di un’Onu nuova, ecco quindi il senso di una costruzione – per noi Italiani – di un’Europa che sappia giocare un ruolo primario e centrale in questo. Perché non c’è soltanto il senso di un attivismo sbagliato da parte degli Stati Uniti, ma c’è – con tutta evidenza – anche il senso di una assenza della capacità dell’Europa in quanto tale di sapere parlare una lingua diversa e sapere proporre ragionamenti diversi.
Mi fermo qui non solo per rispetto degli altri che devono intervenire, ma proprio perché sono davvero contento oggi di poter ascoltare le cose che sono state dette e le cose che saranno dette. E’ un momento triste, certamente non gioioso, però credo che nonostante questo clima si bello riconoscere che le cose che vengono dette in questa aula oggi sono cose in cui uno riesce a riconoscersi più profondamente e che riesce a valutare davvero degne di essere ascoltate.
Credo che a modo loro anche il mobilio, gli affreschi di questa sala stiano tirando un respiro di sollievo rispetto a quello che purtroppo sono costretti ad ascoltare nella normalità dell’esercizio delle loro funzioni.


28 Marzo 2003
Intervento di Marco Trotta.


Ringrazio tutti quanti per questo invito e credo che sia una occasione importante, questa, di discussione che probabilmente per la prima volta coinvolge davvero un ambito più allargato e fa respirare tutta quanta la città in questo palazzo.
Voglio cominciare da un fatto e il fatto sono le bandiere che sono state messe in questa sala perché credo che sia l'aspetto più interessante della città, che è stato espresso in tutto questo tempo.
Bologna è la città da cui è nata l’idea di mettere le bandiere ai balconi. Bologna è anche la città dove il maggior numero di bandiere è stato esposto ai balconi, dove questa idea davvero è diventata una idea che è nata dalle reti sociali, dai movimenti e si è affermata con molta semplicità, con nessuna struttura che fosse coinvolta, almeno all’inizio.
E poi è diventata una idea che ha preso piede soprattutto perché ha dato parola a chi in tutto questo tempo voleva semplicemente esprimere un proprio parere, un proprio consenso ad una idea di pace che nel Paese, per la prima volta, è maggioranza.
Di fronte a tutto questo penso che possiamo dire che le decisioni prese dalla maggioranza della Giunta Guazzaloca probabilmente rappresentano il picco più basso di una politica che in tutto questo tempo io definirei, con la definizione più gentile che mi viene in mente, semplicemente inadeguata rispetto al problema di rispondere alle sfide che una città come Bologna in tutto questo tempo si è posta e dovrà affrontare nel futuro.
Invece quello che abbiamo avuto come movimenti, come città che ha espresso anche attraverso le reti sociali che si sono manifestate in tutto questo tempo, proposte importanti, tutto quello che abbiamo potuto vedere è stata soprattutto, oltre ad una inadeguatezza, anche una intolleranza rispetto al dialogo. Ed è anche per questo che io credo che la risposta delle bandiere di pace, esposte ai balconi, ha rappresentato una novità che io spero possa essere colta per quello che ha significato. Un riferimento sociale che per la prima volta torna a far parlare, un senso nuovo di cittadinanza.
Perché io penso – e di questo sono convinto, che su questo dovremo costruire una cultura di pace – che l’idea più nuova che sta venendo avanti da questo movimento pacifista è che non è soltanto un’opposizione alla guerra, ma è soprattutto la creazione di un contesto di discussione pubblica locale e nazionale dove per la prima volta tutte quelle idee di pace, tutte quelle idee di economia solidale, tutte quelle idee che hanno costruito consenso cominciano ad essere davvero protagonista, cominciano davvero ad avere un senso.
Per questo le manifestazioni pacifiste sono nate collegate al movimento che ha contestato il modello economico che si è affermato negli ultimi tempi fino a questo momento. Un movimento che ha avuto come tappe fondamentali il Forum sociale di Porto Alegre e il Foro sociale europeo. Un movimento che ha posto un problema all’agenda pubblica: ed è un problema che parla molto di futuro. Un problema di quale città vogliamo avere, di quale Europa vogliamo costruire.
E allora io, in questo senso, credo che se vogliamo parlare di pace e di cultura di pace, di ricostruzione per il futuro, abbiamo due prospettive di fronte, due prospettive con le quali penso che da questo momento in poi, e proprio perché partiamo dal picco più basso che questa città ha raggiunto con l’ordine del giorno approvato dalla Giunta Guazzaloca, dovremo ragionare.
Si tratta di una prospettiva locale e di una prospettiva internazionale, perché sono anch’io convinto che questa guerra – di cui però non sappiamo né gli esiti né gli equilibri che potrà determinare – pone.
La prospettiva locale è quella di una città che riesca a raccogliere questo nuovo senso di cittadinanza che nasce dalle bandiere e che comunque parla di qualcosa d’altro attraverso i cosiddetti “movimenti” che l’hanno animata fino a questo momento. E che possa finalmente costruire un momento positivo di un apporto concreto tra le istituzioni che governano la cittadinanza e il territorio, e questi movimenti.
Su questo, lo sapete tutti, ci sono state proposte che sono venute da fuori e che in qualche maniera hanno anche una concretezza, visto che saranno oggetto anche di una prossima discussione al Forum sociale europeo in Francia; e sono quelle del bilancio partecipativo della democrazia locale. Proposte concrete, proposte che hanno un valore scientifico, proposte che hanno già sperimentazioni valide che vengono fatte in altre città.
Ho paura che se questa idea non viene accolta adesso, per Bologna rappresenterà un altro gap rispetto ad altre città che, invece, nel resto d’Italia queste scelte hanno già cominciato a farle.
E una prospettiva internazionale. La prospettiva internazionale viene proprio dal Forum sociale Europeo, ovvero: Bologna in quale tipo di Europa vorrà collocarsi? Di quale rete di città europee vorrà fare parte? Di un’Europa chiusa, di una Europa che concepisca la sicurezza soltanto in termini di militarizzazione? Di una Europa che ponga il ripudio della guerra – quello del nostro articolo 11 – come un elemento costitutivo di una prossima Costituzione europea? Oppure un’Europa che faccia parte di quella idea di società chiusa, di società locale che chiude le porte soprattutto alla propria cittadinanza, per non parlare dei nuovi fenomeni migranti?
Questa è la prospettiva con la quale ci dovremmo confrontare.
Io penso che Bologna, soprattutto per la sua storia, che non è assolutamente incarnata dalla presunta “bolognesità” che viene di volta in volta sancita dai discorsi dell’attuale maggioranza, abbia nel proprio DNA una storia che potrebbe ricollegarla e farle cogliere una sfida per il futuro; qualcosa che ha molto a che fare con la capacità di ricostruire dal basso, e con relazione forti, sinceri, verificabili, trasparenti, con questi nuovi fenomeni sociali, di partecipazione.
Quelli che io auspico vengano colti d’ora in poi per il futuro e che facciano respirare – come si è detto prima – questa aula di discorsi più alti, che vedono ancora la pace come elemento fondante per tutti.
Grazie.


28 Marzo 2003
Intervento di Giorgio Celli.


In questi tempi proclamare di essere un pacifista sembra essere diventata un cosa ridicola. Pacifista sembra essere diventata una parola beffeggiata. Io invece sono un pacifista e lo confesso chiaramente: sono pacifista fin nel profondo midollo delle mie ossa. Come tale, sono contro la guerra, chiaramente, e mi rifaccio soprattutto ad alcuni grandi pacifisti.
Potrei citare Gandhi. Non voglio citare Gandhi, voglio citare un grande dimenticato che è stato Romé Roland, grande scrittore francese, che ai tempi della prima Guerra mondiale si rifiutò di pensare che i Tedeschi fossero cattivi e i Francesi fossero buoni; svalutò la criminalizzazione del nemico; accettò di essere un disfattista; accettò anche di essere un promotore della diserzione: “buttare via il fucile è un bel gesto”.
Certamente. Soprattutto perché proprio in questo periodo in cui le armi hanno acquistato una legalità – lo abbiamo sentito prima – io penso che le armi peggiorino la natura umana. Sono contro le armi perché qualsiasi uomo imbracci un fucile, diventa fatalmente un criminale e quindi quel fucile non deve tenerlo in mano e deve buttarlo via.
Ricordo sempre un mio vecchio zio che aveva fatto la Prima guerra mondiale e che aveva un grande rimorso: una volta, con un attacco alla baionetta, si trovò di fronte un nemico con le mani alzate; non capì bene che aveva le mani alzate. Era ubriaco della grappa che di solito si dà a quelli che vanno all’assalto, vibrò un colpo di baionetta e lo uccise. Mi diceva che tutte le notti quell’uomo veniva a fargli visita e lui si chiedeva se aveva dei figli, se aveva una famiglia, chi era. Non lo ha mai saputo, ma quel fantasma però restava come un grave peso sulla sua coscienza.
La guerra è un peso sulla coscienza di chi la fa: costituisce una terribile avventura da cui si esce diversi; si entra con l’anima candida e si esce con l’anima sporca. E’ la cosa più sporca che possa succedere! E’ la cloaca del pianeta: le guerre sono la cloaca del pianeta.
Come pacifista credo anche che siano inutili: tutte le guerre pongono anche le premesse per la guerra successiva. E non hanno mai risolto nulla: non c’è stata mai una guerra – vi sfido a dimostrarlo – che abbia risolto qualcosa. Hanno tutte – come certi medicinali – poste le premesse per prendere un altro medicinale; lo sapete che i medicinali di solito presuppongono che se ne prendano degli altri, per gli effetti nocivi, collaterali così detti, del medicinale che viene preso.
Le guerre somigliano molto a questo. Io ci credo fermamente e quindi tutte le altre strade sono buone, fuorché la guerra. Strada diplomatiche, naturalmente; strade di tutte le nature ma non le armi.
Le armi, secondo me, costituiscono un grande affare. Si dice che Bush è andato là per il petrolio; certo, forse è vero, ma non dimentichiamoci che dietro ci sono sempre i commercianti di armi! Ci sono sempre quelli che fabbricano questi congegni: c’è un affare colossale. E di loro non si parla mai, non si parla mai dei commercianti d’armi. Mai. Quello hanno sempre le mani pulite.
Pensate che noi stessi abbiamo fabbricato mine antiuomo, le mine più terribili! Che, fra l’altro, vi rivelo che le mine antiuomo spesso erano mine che non uccidevano perché fa molto meglio, per la propaganda, un uomo mutilato che torna fra i suoi cari piuttosto che un uomo morto perché quello mutilato fa propaganda per una pace magari disonorevole e quindi, tutto sommato, va bene che vada mutilato fra i suoi cari.
Perché la guerra è cinica: la natura umana in guerra diventa la peggiore che si possa immaginare. Soprattutto queste armi, poi, che sono usate senza vedere in faccia il nemico; queste armi che si sparano con il mirino laser, dove gli esseri umani diventano delle sagome, dove gli esseri umani diventano dei puntini su un display. Queste sono armi terribili perché impediscono qualsiasi forma di inibizione all’uccidere!
E quindi presuppongono l’avvento di una guerra totale: la guerra totale è la invenzione più straordinariamente tragica che l’umanità abbia fatto sul pianeta.
Anche sulla base di quello che è emerso in questa sala, vorrei indicare alcuni miei pensieri su quello che si può fare.
Secondo me bisogna un po’ andare alle radici del male. In questa sala ho sentito delle frasi terribili: devo dire che quando sono entrato qui, nominato per la prima volta, non essendo io un politico, ma un ricercatore scientifico che improvvisamente – per circostanze diverse – si è trovato a fare della politica; e infatti, secondo me, la faccio malissimo…. Quando sono precipitato qui come una solitaria meteora, all’interno di questo Consiglio, non pensavo che mi sarei trovato di fronte ad una maggioranza che esprime la parte più oscura e spesso la parte peggiore – non sempre, ovviamente -, ma spesso la parte peggiore dell’animo umano.
Ho sentito, ad esempio, un consigliere affermare bellamente “la nostra cultura è meglio della cultura degli altri!. Vi rendete conto? In questo momento afferma che la sua cultura è peggio, perché una cultura che afferma di essere meglio delle altre significa che non ha raggiunto quel grado di maturità in forza della quale considera tutte le culture uguali. In quel momento, quindi, denuncia che la sua cultura è peggio di tutte le altre culture.
Ascoltatemi bene: questo stesso consigliere voleva rettificare la storia; non diceva che bisognava bruciare i libri di testo, però insomma… forse lo suggeriva.
E’ stato detto anche da altri, giustamente, che chi brucia i libri finirà per bruciare uomini: nella Germania nazista è proprio quello che è successo! Si è cominciato con i libri e poi si sono bruciati gli uomini.
Io credo invece che la via sia quella della tolleranza: l’Islam è una grande cultura. Ci troviamo di fronte ad una grande cultura. Una cultura che è stata, in certi periodi, veramente una guida per l’Europa: pensate alla battaglia di Poitiers, quando i nostri cavalieri hanno sconfitto gli Arabi. Da che parte stava la civiltà? Mica dalla nostra parte! Noi eravamo dei rozzi abitatori di castelli, dove venivano buttate le ossa nelle spalle ai cani, dove non c’erano servizi igienici. Loro invece erano i rappresentanti di una civiltà evoluta: grandi geografi, inventori dell’algebra, cultori della chimica. Spengel chiamerà la loro cultura “magica”. La grande cultura era dalla loro parte: vivevano con grandi servizi igienici straordinari. Pensate che la Sicilia era tutto un giardino, durante il loro dominio e quando siamo giunti noi… beh, tutto è cambiato, quando l’abbiamo presa sotto il nostro dominio. Le varie canalizzazioni sono state intasate e la Sicilia è adesso una terra brulla, senza boschi mentre allora era una isola verde, anzi una isola verde felice sotto l’Islam.
Leggetevi i testi al riguardo e lo scoprirete. E’ sufficiente andare a Monreale e sedersi per sentire nel silenzio della sera il gocciolio della acqua di quella meraviglio sa fontana.
Quindi, si tratta di un incontro tra due culture che devono capirsi, anche perché hanno radici molto simili. Pensate che nel Corano Gesù Cristo compare come uno dei grandi profeti. Poi Maometto è meglio, va beh, ciascuno ha i suoi profeti…. Però non è che Gesù Cristo compare come una persona da perseguitare: probabilmente il visir non l’avrebbe crocifisso, diciamo così.
L’Islam ha una dottrina di tolleranza fondamentalmente. Certo che oggi questa cultura è stata posta in grosse difficoltà, dal punto di vista della tolleranza.
Saddam Hussein: io non faccio l’apologia di Saddam Hussein che è un terribile dittatore. Sono contro Saddam Hussein: è una persona che conosciamo bene. Secondo me sono i popoli che dovrebbero determinare quale governo vogliono, non è che noi dobbiamo andare a dire “dovete avere questo governo invece che un altro”. Io trovo che questa invasione è un abuso, un vero e proprio abuso tanto più che prima di essere invasi, noi questa nazione l’abbiamo sottoposta ad un embargo terribile.
Io dovevo andare con i parlamentari europei e non sono potuto andare perché attraverso un periodo di cattiva salute; e questo con mio grande rimpianto perché l’Africa mi è carissima. Io soffro di “mal d’Africa” e tutte le volte che ci sono andato ho desiderato tornarci, quindi sarei andato volentieri, se non in Africa almeno lì, in questa Arabia stupenda. Sarei andato nella Baghdad si Sherazade e forse avrei sognato le Mille e una notte: quel palazzo reale colpito, che era il palazzo del potere, era un museo, non dimentichiamocelo!
Tutte le guerre distruggono le opere d’arte e la storia è il passato di un popolo. Lasciamo comunque andare questo…..
E quando sono tornati mi hanno raccontato: l’embargo ha prodotto un effetto devastante. Pensate, fra l’altro, che le bombe all’uranio impoverito impiegate nella Guerra del Golfo hanno prodotto una incremento di leucemia dell’ordine di un 5, nei bambini. E quindi gli ospedali sono pieni di bambini leucemici e quelli che non sono leucemici, soffrono la fame! Per dieci anni e più si è sottoposto questo popolo a una tremenda discriminazione economica, una cosa terribile.
Vado verso la fine.
Questo che cosa ha fatto, tra l’altro? Ha legato gli Iracheni a Saddam Hussein, perché Saddam Hussein dà loro 18 chilogrammi di cibo ogni settimana, che ottiene con lo scambio del petrolio, perché facciamo l’embargo però il petrolio, poi, può essere scambiato con beni alimentari. E hanno legato il popolo a Saddam Hussein in modo strettissimo ed infatti, lo vedete, gli Americani speravano in un crollo immediato dell’esercito iracheno. E non è stato così; perché gli Iracheni odiano di più gli Americani, chiaramente, di Saddam Hussein; anche se quello è un dittatore, gli Americani sono peggio e quindi chiaramente resisteranno. E se entreranno a Baghdad avremo una nuova Stalingrado!
Prima è stato citato dal dottor Pedrazzi Stalingrado. Certo, oppure qualcosa del genere: la resistenza dei Russi rispetto ai nazisti. Si verificherà qualcosa di simile, chiaramente, perché lì gli Americani hanno posto le premesse per essere odiati.
L’Unione europea: ahimè, attraversiamo un brutto periodo. Io sono parlamentare e devo fare qualche commento. In questo periodo sono angosciato per il fallimento dell’Unione europea: pensare che Paesi come l’Inghilterra e la Spagna e noi stessi ci siamo dissociati dall’idea dell’Europa, che è una idea pacifista, una idea di fiaccola di civiltà da portare – lasciatemi essere retorico! E pensate ancora che ci sono dieci Paesi che devono entrare per l’allargamento e il primo gesto che fanno, questi dieci Paesi che devono entrare a fare parte dell’Unione europea, è quello di dissociarsi a favore dell’America!
Quei servi dei Polacchi e dei Cecoslovacchi propongono perfino di mandare i soldati! Ma come si fa… come si fa a puntare sull’allargamento dell’Europa e immettere persone di questo genere al suo interno!
IO riguarderei tutto il problema dell’allargamento! (applausi).
Non possiamo tenerli, vogliamo scherzare? La prima prova che ci danno è quella di infedeltà!!!
Cosa dobbiamo fare? Qui a Bologna quello che dobbiamo fare è “la scuola della tolleranza”: dobbiamo istituire un rapporto di tolleranza. Qui abbiamo anche delle autorità religiose che predicano – diciamo così – lo scontro di religioni. Noi dobbiamo fare il contrario e in questa sala dobbiamo immettere un pochino più di cultura, se volete.
Speriamo che leggano di più anche quei libri di testo che vorrebbero bruciare.


28 Marzo 2003
Intervento di Alessandro Alberani.


Credo che sia molto importante questo momento per dialogare. Penso che non ci dobbiamo accontentare, attraverso la televisione, di capire che cosa sta succedendo e quindi è molto importante farlo anche in questa sede.
Io vorrei fare solo un accenno, rappresentando il sindacato, al fatto di come sessanta anni fa proprio il movimento sindacale, in questa città, lottava per riportare la democrazia contro il fascismo. E quindi come proprio da movimento sindacale ma anche dal mondo del lavoro, possano arrivare delle risposte.
Ma siccome Davide Ferrari mi aveva chiesto anche di entrare nel merito di alcune questioni, io vorrei – in modo un po’ insolito - …

(termina facciata B della bobina n.1 – riprende facciata A della bobina n.2).

Vorrei portarvi quelle che sono state le posizioni degli intellettuali americani in queste settimane, per capire come se questo tema della guerra si ferma solo ad una riflessione sulla guerra stessa rischia di non avere speranza.
In America ci sono una serie di filosofi – e sono i collaboratori più stretti del presidente Bush – che stanno sostenendo delle teorie ben articolate, filosofiche, che vogliono riporre gli Stati Uniti al centro dell’impero, come viene detto. Ricordiamo che gli Stati Uniti ormai controllano: non c’è nessuna nazione al mondo che controlla cinque comandi militari globali; che tiene un milione di persone con le armi in quattro continenti; portaerei in tutti gli oceani. Ma soprattutto che riempie – attenzione! – i cuori, le menti ed il pianeta con i propri segni, con i propri simboli e con i propri desideri.
Questo significa che questa cultura sta lentamente passando in questo mondo.
Pensate che proprio questa discussione filosofica che negli Stati Uniti sta venendo avanti, - sono usciti diversi articoli interessanti al riguardo – parte proprio da una critica a quello che è il pensiero filosofico democratico sul fatto della ”pace perpetua”: il pensiero di Kant, il pensiero di Santo Agostino, il pensiero del cristianesimo che avevano posto il tema della pace perpetua come punto fondamentale per la giustizia.
Che cosa succede invece? Succede che questi studiosi americani, in questo libro che negli Stati Uniti in queste settimane sta sfondando – ahimè – “Of paradise and power” paragona l’Europa e Venere e usa Marte; e dice che la cultura europea viene ricondotta a Kant e all’idea della “pace perpetua” e quella americana al principio dell’ordine, fondato proprio sul conflitto.
E dice di più: dice che l’Europa è Venere viziata dalle mollezze dell’etica e dell’estetica e sogna la pace, non ha esercito, privilegia le armi della politica e della diplomazia; ma è liberata dagli Usa e che, dopo il secondo conflitto mondiale, ha affidato ad essi la difesa non sapendo neppure risolvere i conflitti interni, come quello balcanico.
Come vedete il tema della guerra è un tema molto più ampio, che ci richiama proprio ad un modello che negli Stati Uniti sta passando.
E’ stato molto bravo Trotta a richiamarlo: è stato l’unico. Guardate, non dobbiamo sottovalutarlo. Noi dobbiamo costruire in alternativa a quella che chiamano la “guerra preventiva”, la “pace preventiva”. E per costruire la pace preventiva c’è bisogno di una grande mobilitazione; mobilitazione sul tema della guerra, ma anche su quei temi cui faceva riferimento Trotta, che sono stati portati avanti dai movimenti.
Pensate che l’atteggiamento degli Stati Uniti sul Protocollo di Kyoto e sul ripudio della Corte di giustizia penale sovranazionale sono passati con una grande disattenzione. Ma questo atteggiamento sul Protocollo di Kyoto mi sento di dire che è quasi grave quanto una guerra! Perché rimette in discussione l’equilibrio mondiale, l’equilibrio ecologico.
Così come l’arroganza sul trema della Corte di giustizia penale sovranazionale. Sono atti, ma potrei richiamarne altri come la delegittimazione costante dell’Onu. E sono atti che non spariranno con la guerra, e speriamo finisca presto!
Quindi quando parlo di pace preventiva, parlo di valorizzazione di tutto quel movimento che oggi – lo diceva Trotta prima – attraverso la riflessione che è stata portata a Porto Alegre, a Firenze e nelle piazze, cerca anche di dare una risposta a questo modello di sviluppo.
Anche questo è costruire la pace preventiva.
E io credo che sia importante – ha fatto bene Zani a dirlo – partire da alcune proposte concrete. E l’Europa è una di queste possibilità, in questo momento, con tutte le contraddizioni che ci sono. Lo è questa nascita dei movimenti pacifisti, ma è anche l’azione che tutte le organizzazioni non governative hanno svolto in questi anni.
Guardate che ne parliamo sempre poco, ma soltanto con le organizzazioni non governative sindacali ed altro, in questi due anni abbiamo fatto la battaglia sulla legge 185 – ahimè sostenuta da molti parlamentari, anche di varie parti – e abbiamo ascoltato questi parlamentari: come faranno, oggi, a sostenere quella posizione che mettemmo in discussione, a essere collocati in un’area che non è poi così collocata in quella posizione?
Le banche armate: la battaglia sulle banche armate. Credo che pochi conoscano che i sindacati bancari hanno fatto contro le banche armate, costringendo due banche nazionali a rivedere i propri finanziamenti, i propri crediti su questo progetto, sposato da Pax Christi: la Banca etica, il Commercio equo e solidale.
E ancora, tutto la battaglia sul lavoro minorile, sulle maquilas dell’America Latina.
E ancora, l’indagine e il lavoro fatto sull’industria bellica, per la riconversione dell’industria bellica. Ci sono – come vedete – delle risposte anche concrete. E il lavoro nella formazione dei giovani che mandiamo ogni anno in America Latina o in Asia per fare formazione nei Paesi in via di sviluppo.
Cogliamo quindi queste opportunità anche con delle azioni di carattere concreto.
Credo che questo sia importante attraverso i gesti che sono stati sollecitati: per me il tema dei gesti è importante. Penso al tema dei gesti delle bandiere, delle manifestazioni, dei segnali che sono tutti temi molto importanti, legati anche ad una sensibilizzazione – come diceva anche Giovanni - , da un punto di vista educativo.
Mi ricordo che quando tornai da Sarajevo, ed ero andato là poche settimane dopo lo scoppio della guerra, e feci questo piccolo servizio fotografico andando nelle scuole, ricordo che i ragazzi e i giovani quando vedevano questi palazzi sventrati a un’ora e mezzo di distanza aerea da Bologna, con la roba della gente in mezzo alle macerie, non credevano che potesse essere vero; che la guerra è questo.
Bisogna anche dare delle simbologie di questo tipo per fare capire questa preziosa cosa che è la pace. E quindi occorre una grande determinazione, una grande battaglia, un grande movimento e un continuare a chiedere un no a questa guerra.
Ma contemporaneamente una grande forza di progetto politico: l’azione individuale della coscienza, l’azione etica e l’azione dell’associazionismo e della politica deve trasformarsi in progetto politico, perché altrimenti non si riuscirà a cogliere questa opportunità.
E chiudo dicendo: ho sentito dire che forse queste discussioni non servono. Guardate: vorrei dire alle persone, quando dicono che non servono le bandiere, che non serve riflettere, che non serve parlare in Consiglio comunale, non servono le manifestazioni sindacali… forse sembra che non servono…
Mi è venuto in mente che quando andai a Sarajevo una delle cose che feci insieme agli amici Beati costruttori di pace, è stata quella di andare sul ponte dove è stata ammazzata per la prima volta una pacifista e dove Moreno Locatelli portò un mazzo di fiori, sapendo che poteva rischiare la vita, e fu ucciso sopra a quel ponte. In queste settimane ricordiamo i dieci anni della morte di don Tonino Bello che volle quella marcia di pace insieme ai Beati costruttori di pace. Quando fece quel gesto molti dicevano: ma doveva proprio farlo quel gesto? Quel gesto era molto, molto importante perché i gesti sono azioni di carattere politico.
Grazie.


28 Marzo 2003
Intervento di Stefano Tassinari.


Ringrazio per l’invito e chiedo anche scusa perché subito dopo dovrò andarmene, in quanto alle 17 e 30 comincia una maratona della poesia contro la guerra. Una iniziativa decisa da molti mesi e che si svolge in più città italiane, che a Bologna si sarebbe dovuta svolgere non al Passe-partout, dove di svolgerà, ma alla sala Stabat Mater dell’Archiginnasio; non si svolgerà lì perché questa Giunta ha vietato l’uso dell’Archiginnasio per questa iniziativa dicendo che si tratta di un’iniziativa di parte. E’ giusto che tutti lo sappiano.
Partirei da un piccolissimo aneddoto, anche pensando ad alcune cose che sono state dette e che poi condivido; condivo quello che hanno detto Maurizio Zamboni, ma anche Giorgio Celli e Davide Ferrari prima.
L’aneddoto è questo: due giorni fa, ho letto su un giornale di Bologna una notiziola, un piccolo trafiletto che diceva che si sarebbe presentata a Bologna la prima antologia di scrittori immigrati in Italia, che tentavano di scrivere anche nella nostra lingua. Una iniziativa molto interessante. Sono andato a sentirla ed eravamo in quindici e allora ho pensato – in modo anche molto autocritico – alle 50 mila persone in piazza il giovedì contro questa guerra, a tutti i discorsi che ci siamo fatti anche qua dentro sul confronto culturale, l’interesse e la conoscenza delle altre culture e poi queste quindici persone, con il trafilettino sul giornale, a parlare di un’iniziativa importante – perché è la prima volta che si fa – e mi sono chiesto che cosa è che non funziona in noi; nel senso che da una parte su alcune grandi parole d’ordine siamo disponibili a mobilitare grandi masse e poi quando, invece, c’è da fare un lavoro sugli aspetti culturali che sono importanti per quel “dopo” di cui oggi non parliamo perché siamo di fronte all’emergenza, beh lì ci si ritrova sempre in pochissimi perché c’è uno scarso interesse.
C’è poca cultura, purtroppo, ancora in questo movimento tant’è che soltanto Giorgio Celli ha citato la questione dei monumenti, non tanto perché oggi si debba avere paura a dire dei monumenti rispetto alle vite umane che, per carità, sono davvero più importanti. Però i monumenti e i musei, i pezzi di storia, sono anche i luoghi dove le persone si incontrano, socializzano, crescono e la distruzione di quei luoghi vuole dire distruzione delle possibilità di crescere culturalmente per un popolo.
Non dimentichiamoci di questi aspetti.
Vengo più rapidamente ad altre questioni, forse un poco scomode per certi versi. Io ho sentito molta unità, all’interno di questo dibattito e comunque mi fa piacere: è evidente che siamo di fronte ad un movimento unitario, un movimento che però è contro questa guerra ma che è un movimento che forse non esisterebbe se questa guerra fosse stata votata con una risoluzione dell’Onu – non dimentichiamolo – perché ci sarebbero sicuramente posizioni diverse e non saremmo qui a parlarne in questi modi.
E, soprattutto, un movimento che credo in molte sue componenti debba fare anche un po’ di autocritica: io sfilo volentieri con tutti; e questo movimento che va dal Papa ai centri sociali mi fa piacere. Ma poi quando sento qualcuno che mi parla di grande democrazia americana, del nostro rapporto con gli Stati Uniti come un rapporto di amicizia e di alleanza, qualche brivido mi viene lungo la schiena.
Sentivo prima l’onorevole Zani che diceva “la prima cosa che dobbiamo dire noi di sinistra è che siamo contro Saddam Hussein che è un criminale e siamo amici degli americani”. Beh, io sinceramente condivido la prima parte nel senso che sono sicuramente contro Saddam Hussein, però sinceramente non mi sento amico degli americani; se non amico, caso mai, dei poeti, degli scrittori, dei musicisti americani, di quel Michael Moore che prende l’Oscar e dice “il premio che avrei preferito sarebbero state le dimissioni del presidente Bush, che deve vergognarsi”.
Certo, rispetto a loro sicuramente, di quelle piccole minoranze che oggi sfilano a New York e in tutte le grandi città americane. Però c’è uno zoccolo duro amplissimo, in quel Paese che la pensa diversamente e che evidentemente si sceglie anche dei governanti. E da questo punto di vista io sinceramente, non mi vergogno di dire che sono antiamericano.
Sì, sono antiamericano e continuo a pensare che l’America non sia una grande democrazia; che non sia una grande democrazia un Paese in cui si vota in un modo tale per cui se un presidente può essere eletto con una minoranza dei voti popolari, perché quelli non contano, contano i voti elettorali; un Paese ultratecnologico nel quale abbiamo aspettato un mese per sapere il nome del presidente degli Stati Uniti; un Paese in cui il presidente è stato eletto con una manciata di voti nello Stato di cui è governatore il fratello, quindi con un conflitto di interessi che farebbe sorridere Berlusconi…. Altro che i conflitti di Berlusconi, questo!
Una situazione che credo non abbia molto a che fare con la democrazia. E questo vale anche per le scelte generali: lo ricordava prima Alberani quando parlava della questione di Kyoto. Che è una questione importantissima: la scelta arrogante di non firmare il Trattato di Kyoto è una scelta contro l’umanità. Ecco il punto: è una scelta contro l’umanità perché non firmare quell’accordo significa essere contro i diritti e i9 bisogni dell’umanità.
Per questo dico: su questo partiamo con un po’ di autocritica. L’autocritica di chi, ad esempio, è corso, qualche anno fa, nei nuovi meccanismi di dominio del mondo, a dire che la Nato era il nostro ombrello protettivo, difensivo, centrale; che noi eravamo dentro alla Nato con grande convinzione. Quella stessa Nato che ci ha coinvolto nella guerra del Kossovo nel 1999: non dimentichiamocele, queste cose.
Allora partiamo dal fatto che siamo all’interno di una forma di ricatto, sostanzialmente, che nasce da una destra particolarmente aggressiva e che oggi, ad esempio, dice e scrive che Epifani sarebbe un uomo del “né né”: né con lo Stato né con le Brigate Rosse degli anni Settanta. E si permettono di dire cose di questo tipo, cose che sono allucinanti.
Una destra che cerca in tutti i modi di schiacciarci come amici di Saddam Hussein, semplicemente perché siamo contro questa guerra.
Noi dobbiamo uscire da questa spirale e dobbiamo anche superare un meccanismo, una logica che è quella, ad esempio, del rispetto di forme che solo apparentemente sono legali e democratiche; ma che poi, appunto, andando a vedere bene nella sostanza delle cose, non lo sono.
Io non sono stato contento, ad esempio, quando una parte consistente della sinistra che si ritrova in questa aula e che si è ritrovata nelle piazze in questi giorni – e ben venga che ci sia tutta insieme nelle piazze – ha condannato come gesti illegali il blocco dei treni della morte. E’ un errore perché è stato giusto farlo così come oggi i portuali di Livorno e di Napoli – con la stessa forma di illegalità, per certi aspetti – stanno bloccando le navi americane fuori dai porti; si rifiutano di fare la manutenzione e di aggiustare le navi che non funzionano.
Sono scelte così come lo erano quelle dei braccianti che facevano l’occupazione delle terre. E la sinistra ha sempre avuto questo tipo di atteggiamento: perché oggi dire no, questo non si può fare? O non parlare, ad esempio, delle forme di lotta perché altrimento noi continueremo solo ad organizzare manifestazioni di massa che vanno benissimo, ma che non portano però ad affrontare l’emergenza.
Quando Davide Ferrari diceva prima che dobbiamo parlare dell’emergenza, bene: parliamone. Oggi dobbiamo avere il coraggio di raccogliere aiuti per le popolazioni irachene, senza avere paura che qualcuno ci dica che siamo amici di Saddam Hussein. No, non siamo amici di Saddam Hussein, ma siamo amici di un popolo che sta soffrendo per le bolme di questo Occidente, di questa grande democrazia che ci vengono a raccontare.
Cominciamo a farlo. Non è facile, evidentemente e bisogna farlo spingendo anche l’Onu. Io non ho molta fiducia nell’Onu, sinceramente, dopo gli ultimi fatti; fiducia in una Onu che in questo momento non riesce nemmeno a far sospendere per due ore la guerra, sotto Bassora, per potere portare gli aiuti umanitari… Che non riesce a costruire un corridoio umanitario per due ore di tregua. Una Uno che oggi, purtroppo non ha alcun tipo di potere.
Però tentiamo questa strada. Così come dico – e chiudo – che le altre strade sono quelle che vanno oltre. Due giorni fa i giornali hanno pubblicato una lista enorme di aziende americane che hanno sostenuto questa guerra direttamente, con i loro finanziamenti e altre aziende che hanno sostenuto il presidente Bush nella sua campagna elettorale. Bene, io dico tranquillamente di boicottare le merci di queste aziende: non è una cosa da jacquerie, ma è una cosa che credo sia importante fare. (applausi).
Facciamola, questa è una strada possibile. Muoviamoci in questa direzione cercando di mantenere unitario questo movimento. Ma per farlo dobbiamo anche affrontare le contraddizioni; contraddizioni di cui dicevo prima e che pesano, probabilmente.
Facciamo sì che non debbano pesare ancora per anni: vediamo di affrontarle a viso aperto: è giuysto oggi avere ancora questo tipo di rapporto con la Nato o no? E’ stata giusta l’esperienza del Kossovo o no? Forse possiamo ricominciare, e ricominciare dagli errori. E poi vuole dire anche che si potrebbe usare – e questa è una grande speranza – questo grande movimento per la pace che rimane un movimento per la pace, anche per costruire una base per cacciare, forse, questa orribile destra che abbiamo al governo qui e a Roma. Speriamo che sia così.


28 Marzo 2003
Intervento di Diego Benecchi


Ritengo molto importante questo nostro incontro, soprattutto fatto in questa sede. Dopo, ma qui non mi soffermerò anche perché già altri lo hanno fatto, su quelle che sono state le posizioni, o meglio le non-posizioni che la maggioranza attuale di governo di questa città, come anche la maggioranza a livello del Paese, ha espresso nei dibattiti e nei confronti avviati.
Scriveva tanto tempo fa Gobetti, sul municipio, questo: “Il Comune è governo che insegna la vita politica attraverso le lotte civili. La lotta civile che oggi stiamo facendo è importante, ovvero nessuno può chiamarsi fuori: il Pavaglione è intatto, ma la guerra lo attraversa”. Questo scriveva Gobetti tanto tempo fa.
Direi che se ci fosse Gobetti, in questa occasione direbbe a questo Sindaco e a questa maggioranza “il Pavaglione è intatto, ma la guerra ci attraversa”. Delle volte, andando a ripescare negli scritti emergono posizioni interessanti da vedere che si possono misurare con posizioni dell’oggi.
Questo mi premeva dirlo perché, come hanno già detto anche prima molti nel dibattito e confronto interessante che si è sviluppato, si sono sentite risuonare parole, in queste aule, senza anche una dignità politica della parte, ma fondate anche su elementi di non conoscenza, di ignoranza ed arroganza inaccettabili.
Quello su cui voglio, in particolar modo, soffermarmi sono alcune cose, poche. Cose che ho colto negli interventi che ci sono stati anche prima. Una, in particolare, è questa: è da mesi e mesi che milioni di donne e uomini, cittadini del mondo, scendono nelle piazze, con i loro corpi, la loro disobbedienza civile, con le loro parole. E questo è un dato senza precedenti.
Però, che cosa affermano, o almeno quello che io leggo? Che la guerra che è stata la continuazione della politica, e lo è stata per migliaia di anni, con altre armi, oggi non è più vissuta da centinaia di milioni di donne e di uomini nel mondo come tale. E guardate che il contenuto che viene espresso contro la guerra, al di là dei distinguo, ha un elemento fondamentale che emerge: mai come ora è emersa una critica radicale al sistema che può concepire in sé la guerra! Quello che oggi la guerra è, è soltanto violenza distruttiva! E appare nella sua nudezza, appunto così, a centinaia di migliaia di persone in tutto il globo!
E’ questo che gridano e che testimoniano! Se volte, si può aggiungere che la guerra è anche follia distruttiva e ce lo spiegava bene Pedrazzi – e condivido le cose che ci diceva – quando parlava della strada verso la quale si va in Iraq, il percorso: potrà modificarsi in un senso o in un altro, ma è poca cosa in realtà, in base a quel processo che si determinerà.
Come anche Zani ha spiegato bene che sarà amplificatore e moltiplicatore di effetti futuri, comunque vada a chiudersi. Ed è chiaro che per le differenze delle forze in campo, può essere più lunga nel tempo, ma un è “destino”, in un certo senso, obbligato.
Sarà come sempre è stata, ma con effetti ancor più gravi, un moltiplicatore esponenziale di elementi devastanti.
Come bene ha fatto il Papa a prendere posizione con la chiarezza con cui si è mosso. Ma con un elemento, in particolar modo, che ha operato per affrontare anche una questione, al di là delle posizioni religiose: che non può essere vista minimamente come una guerra tra le religioni! E il ricondurre questo – come qualcuno ha tentato – o da una parte o dall’altra, come elemento delle guerre delle religioni, è aberrante! E’ aberrante!
E allora bisogna dire con forza che chi teorizza la guerra, chi la prepara, chi la pratica appartiene – voglio essere durissimo – alla sfera degli assassini seriali.
La guerra è cominciata e appare interminabile. Il nostro confronto, il confronto tra la guerra e la pace sarà lungo e aspro, però io ritengo che sia in gioco – come tanti, per fortuna, e molto più autorevole di me – il destino della civiltà democratica.
Noi dove possiamo rideterminare un grande processo di ricostruzione? Guardate, per la pace mi verrebbe da dire – scusatemi la forzatura – “oltre la pace, per la politica”.
Mi spiego, perché altrimenti potrei essere frainteso in questa estremizzazione. Le centinaia di milioni di cittadini del mondo che scendono oggi nelle piazze, non gridano soltanto “questa guerra è illegale, illegittima e sbagliata”. Sappiamo che questa guerra è illegale, illegittima e sbagliata. Il problema è perché si possa fare una guerra illegale, illegittima e sbagliata.
Si può fare se si è di fronte ad una crisi di un sistema istituzionale mondiale, con le sue rappresentanze, che è incapace di costruire delle condizioni di influenza a determinare percorsi diversi rispetto a quello al quale noi stiamo assistendo.
Ma un nuovo sistema è solo una costruzione che si fonda su un processo di buone o belle proposte dei nostri sistemi di regolazione economici, politici e istituzionali? Certamente sì, ma non sufficiente: qualsiasi grande processo di trasformazione, per una civiltà democratica, non può che fondarsi su una nuova costituzione materiale. E cioè quindi sulla capacità delle centinaia di milioni di cittadini del mondo di determinare quelle pressioni sufficienti che hanno portato il capo del Governo dell’Australia a non andare a un summit, perché aveva a che fare con il popolo che scendeva nelle piazze; non che scendeva in armi! Perché era talmente forte l’elemento di pressione e di mobilitazione che diceva, giustamente, “no alla guerra, e siamo per la pace”.
Il problema che si pone e che abbiamo di fronte, con tutte le difficoltà possibili, è una questione grande ed imponente: come, proprio attraverso questa crisi – ed ha ragione Zani quando dice “non per vecchie formazioni – si possa giocare un nuovo riassestamento, assestamento dei poteri stessi che siano di garanzia delle maggiori democrazie.
L’ordine che ci propongono oggi con l’intervento americano – e non sto a ripetere le posizioni su Saddam Hussein, sulla dittatura, sui 60 mila morti, tutto questo lo sappiamo –è un problema dato dal fatto che la proposta di una forza di ordine sul piano mondiale deve garantire non un equilibrio sul piano del consumo delle risorse, della distribuzione di queste, degli interventi sugli Stati e sulle povertà e le miserie, ma su un ordine fondato su criteri neoliberali o neoliberalisti – come vi pare – in cui è di nuovo la guerra l’elemento regolatore; perché il sistema dell’economia fondato su quell’aspetto non può che trovare la continuazione di un linguaggio nell’articolazione delle altre armi.
Ma questo ci porta – senza voler essere apocalittico – ad un mondo in cui si distingue una civiltà, un popolo dei cittadini democratici da un’altra, che è avversaria di questo processo; avversaria fino in fondo. E non è problema di dire Popolo o Stato e definizioni degli alleati del popolo e gli alleati dei cittadini: sono quelli che oggi scendono nelle piazze e manifestano. E speriamo di continuare a farlo, con la maggior forza possibile, in ogni luogo.
Come è stato giustamente ribadito, pronti anche però ad operare perché le amministrazioni pubbliche cambiano: oggi della guerra si parla all’Onu come nel consiglio di condominio della propria casa. Bene, provate ad immaginarvi questo: è un qualcosa che è diverso da tutto quello che è avvenuto prima ed è certo che questo si pone sul piatto delle questioni d’urgenza la democrazia. Ma si pone anche, ad esempio, riguardo all’Europa e all’Onu le proprie funzioni e le proprie azioni.
La questione dell’Europa su cui bisogna procedere per averla unita, è secondo me urgente, anzi urgentissimo. La questione delle funzioni dell’Onu è essenziale. Ma saranno, e sono già, gli elementi di forza per centinaia di milioni di cittadine e cittadini che si stanno mobilitando nel mondo: è qui che si determina l’alleanza del popolo democratico di questo pianeta.


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